venerdì 17 giugno 2016

Per Leo

Ogni momento che mi sento triste mi riguardo un tuo video così, anche non volendo, sorrido un po'! Cerchi in tutti i modi di renderci più leggera la tua mancanza... Ma che dura!


mercoledì 30 marzo 2016

Happy Easter


mercoledì 30 settembre 2015

"Two Shoes for Dancing" per CAB

CAB su Rambo in Costiera, foto Luca Dreos

Il nostro super "Cab", Raffaele Tenaglia, ha salito "Two shoes fo dancing" (8a) a DarkPoint. Ecco cosa ha scritto nei momenti di riposo prima di riuscire a portarsela a casa:
"Due scarpette per danzare

Ricorda sempre perché scali e Cosa ami dell’arrampicata.
La compagnia deve venire prima di tutto.
Gioisci perché oggi puoi arrampicare.
Torna a casa stravolto, ma contento. Libero da sovrastrutture.
Cerca la danza. Rincorrila. Anche sui riscaldi. Scala sul facile.
Non fare cazzate.

Queste sono le poche regole che mi do quando vado ad arrampicare; che sia falesia, blocchi, a vista, lavorato. Indifferente.
In una parola: armonia.

Ora, c’è questo tiro. Questo Tuo tiro.
Che mi ha stregato.
A fine luglio ho accompagnato Toni perché voleva provarlo. Mi ha spinto a farci un giro. A dirla tutta Ciano qualche anno prima mi ci aveva messo su per scherzo ma arrivavo goffamente al terzo o quarto spit ah ah ah un insaccato appeso.

Un elegantissimo 7b/c seguito da un boulder secco e cattivissimo che si presta a poche interpretazioni e nessun azzero.

Non so. Ero lì le prime volte che – davvero – non avevo idea di come passare.
Poi in un giorno di bora tutti quegli svasi e quella maledetta cannetta sempre bagnata si sono finalmente rivelati in una curiosa e dura successione dinamica di prese e posizioni e, cosa non secondaria, hanno tenuto il peso del vostro ciccioclimber agguerritissimo. Il rebus era finalmente decodificato. Avevo una sequenza.

È Incredibile, quando ti imbatti in certe concatenazioni non puoi non credere che Dio non scali. E che oltretutto sia pure un boulderista finlandese.

Purtroppo già a inizio agosto devo tornare dieci giorni in Abruzzo dai miei per i soliti problemi che ormai conosci.
Torno qui in condizioni non troppo disperate.

Ho però drammaticamente compreso la frustrazione di quegli arrampicatori che sbroccano perché il loro project è condition dependent.
Il mio – senza nulla voler togliere alla tua opera – non è chissà che mostro, anzi per alcuni è poco più che un riscaldo, ma quella cazzo di cannetta è sempre bagnata. Appena si fa umido oppure piove, piscia acqua che è un piacere.

A maggio mi ero fatto molto male al dito (puleggia e poi tendine) per cui sul tiro mi ci metto con la gioia e la spensieratezza di chi non ha nulla da perdere e che, contro ogni previsione, può addirittura già rimettersi a tirare un po’.
E poi la storia dietro il nome da sola basta…
Farò un po’ di resistenza” mi dicevo. Non amo il Baratro, per cui in estate o scalo qui o vado a far blocchi a Trnovo o Val Trenta. Ripromettendomi continuamente di andare a Felbertauern…senza mai riuscirci.

Sul lavoro è dura. Non faccio vere ferie da non ricordo più quando. Non ce la faccio. È stato un anno duro. Mollo il colpo.
Decido di prendermi una settimana di pausa.
E con tutta la pazienza di Beatrice me ne vado in Val Daone.
Cinque giorni, e non ha mai piovuto.
Gli do di ClimbOn come non ci fosse un domani.
Va anche piuttosto bene. Arrivo fino al 7A bloc, che per una loffa come il sottoscritto non è affatto male, un po’ di 6C+ e 6C, qualcosa anche flash (merito di youtube). Cerco di non lavorare troppo i blocchi. Ho troppa voglia di scalare tutto in questa valle.
Il posto è un incanto. Lo conoscete tutti.

Torno con un massimale frizzantissimo ma esausto. D’altronde fra le ferie e il week end prima sono 9 giorni di fila che scalo.
Un sogno che finalmente si avvera!
Magico.
Scalare libero, senza timer. Quando vuoi. Quando hai voglia (quindi sempre!)
Senza i giorni contati del solo sabato e/o la sola domenica.
Non mi stancherei mai di far blocchi su granito (se non fosse per la pelle).

In palestra invece dopo cinque minuti mi abbruttisco. Divento un musone insopportabile ah ah ah. Sono ridicolo, lo so. Non so perché, ma so che dovrò iniziare a lavorarci su. Probabilmente la vivo più come “fitness” che come arrampicata vera e propria…e a me la ginnastica fa cacare, da sempre. Non so, vedremo quest’inverno. Ci proverò, promesso.

Bene, torno sul tiro e - con gioia pura - cado alla zappa finale. Quella a destra della catena. Quella dalla quale si moschetta. Due volte di fila. Il blocco e il tiro passano lisci fino al lancione finale! Ottimo! Ora comprendo quello che mi diceva Sandra:
  • guarda che il tiro lo puoi fare!

E io che credevo che me lo dicessi solo perché ti facevo pena!

Ora ci credo. Dio benedica il boulder.
Torno a casa e mi regalo una cenetta in relax solitario a base di sashimi e film. Bea è da amiche (o da Abdul, chissà).
La stessa notte non dormo. Non riesco a prendere sonno. Non chiudo occhio. Sono emozionatissimo. Ci penso di continuo. Rompo le palle a Bea tutta la notte con il racconto del tiro:
  • Ma ti rendi conto?! Cado in catena!!!potrei farcela!!!
  • Ti prego lasciami dormire idiota!

salvo non arrivi qualcuno a dire che il grado è dubbio, il passo è morfo e bla bla bla (chiacchiere da bar sdoganate alla verticale; era fuorigioco, non era fuorigioco, c’era il rigore, l’arbitro è un venduto). Chissenefrega, il tiro è il mio limite attuale. E questo vale più di qualunque numero.

La fatica e l’impegno dispensato bastano (o dovrebbero bastare) a dare una “misura” della persona. Se proprio dovesse esser necessario piegarsi alla logica distorta e diffusa sui gradi.
Credo piuttosto che l’arrampicata si riveli al massimo nella sua dimensione umana, prima ancora che in quella atletica. Migliorare attraverso la fatica; scoprire parti inesplorate di se stessi. Anche nella sua variante sportiva/falesistica questa componente, sebbene con sfumature tutte sue, c’è ed è forte. Almeno io la sento tale e sento che mi trascina con sé.
La mattina mi alzo dal letto stanco ma con un unico pensiero: agguantare e stritolare quella cavolo di zanca. Mollare i piedi, portarli in orizzontale a una tacchetta fuori a destra, lontana. Sghisare un attimo. Passare la corda in catena.

Non ho altri giorni.
Se se ne riparlerà sarà fra una settimana, se va bene. E, soprattutto, meteo permettendo.

Mi preparo.
Pantaloni nuovi che mi ha regalato Bea ad Arco pochi giorni prima (ormai il mio unico paio di jeans puzzava talmente tanto che viaggiavamo a finestrini aperti).
È una meravigliosa domenica di sole, forse un po’ calda, sono mentalmente già sotto il tiro. Oramai sempre più stanco ma con una determinazione incredibilmente ferma e decisa.
Un killer.

Arrivo in dolina.
La cannetta gocciola.
La cannetta, ziocane, gocciola.
Non può essere vero…
Stanotte si è alzato vento da sud. In effetti c’è afa.
Ora sorrido. ma sul momento ho bestemmiato pure le sacre scritture.

Si vede che non è il momento.
Forse non lo merito. Forse non sono pronto.
Sicuramente non lo sono ancora “spiritualmente”.
Mi piace credere che sia il destino o Le Dieu Patrick che ancora una volta vuole suggerirmi qualcosa e io sono ancora troppo ottuso per comprenderlo, offuscato dalla mia brama “occidentale” di “impossessarmi” di qualcosa (in questo caso il numeretto) con la miope illusione dell’identificazione con essa, per poi – a peggiorare ulteriormente il tutto – ostentarla con finta modestia.

Non so.

So solo che ora sono qui addirittura a scriverne tanto è forte il desiderio. Perchè conservo ancora strozzato in gola quell’urlo; che sia di gioia o di rabbia poco importa.
Quel che conta ora è combattere.
E combattere non significa necessariamente vincere.
In un certo senso chiudere il tiro non è tutto, lo è invece il provare a chiuderlo. Buttare il cuore oltre l’ostacolo. Solo in questo modo avrò la coscienza a posto: sapere di aver dato tutto. Senza alcuna riserva.
Come dicevo a Sango: un conto è essere sconfitti, un conto è arrendersi.
Perché le mani mi sudano. Perché non ti sleghi mai.
Perché la testa va altrove. Lontano da queste luci al neon, da questo grigio ufficio, da questi libri enormi e colmi di esiti giudiziari di litigi; vaga calma per i tranquilli boschi intorno a Sezana tagliati in obliquo da quel sole ancora caldo di tardi pomeriggi di fine estate. Ovattata da un tappeto di aghi di pino su della morbida terra rossa. Dall’avvicinamento fatto veloce veloce. Con il fiatone. Perché non vedi l’ora di provare la via.

Perché il cd. lavorato dell’estate è anche questo: esser pronti in qualunque momento, non mollare, saper fallire e di nuovo tirarsi su per la corda fino all’ultimo spit, ridere dei bingo-bongo, saper aspettare, saper aggredire ma saper rinunciare, riconoscere i propri limiti ma anche le proprie potenzialità. E poi crederci. Crederci sempre.
e spazzolare tacche!

Perché alle volte, ma solo alle volte, aspettare, aspettare e poi aspettare ancora un altro po’, dopo, alla fine e solo per un attimo, possono davvero impreziosire una vita, alleggerendola, seppur di poco e seppur per un brevissimo lasso di tempo, di tutte quelle difficoltà e quelle ombre che ognuno di noi si porta dentro.

Perché in fin dei conti questa è l’unica esistenza che abbiamo.
E a noi spetta danzarci sopra.
Con la nostra gioia…e le nostre scarpette.
Aleduro. Grazie per il tiro."

Grazie a te CAB!!!

venerdì 25 settembre 2015

Gringo Esquiador

Ecco il trailer del nostro nuovo lavoro!
Enrico "Mose" Mosetti sulle cime del Perù in solitaria con gli sci!!!

martedì 25 agosto 2015

Rocco e la prima proposta di 9a in FVG

L’aspettavamo con ansia ed infine è arrivato. Pochi arrampicatori, poco più di una decina in Italia, possono dire di aver salito un 9a; ancora meno quelli che hanno salito dei 9a con così tante salite da avere un grado confermato.
Qualche anno fa Klemen Becan aveva liberato in Croazia una via di Andrea Polo proponendo il grado di 9a: “The Core”. Lo stesso Polo, dopo averla ripetuta, non se l’era sentita di confermare il grado e quindi la prima salita di un 9a da parte di un arrampicatore del Friuli Venezia Giulia fu rimandata. Questo grado, simbolo dell’alta difficoltà, è un sogno per molti arrampicatori. Per alcuni una chimera a cui tendere per la vita, per altri un sogno realizzabile nel breve o lungo periodo. Fra questi ultimi c’era sicuramente Rocco Romano che ha finalmente realizzato il proprio sogno salendo in Grotta Caterina la via “Fidel Incastro” e confermando il grado proposto da Klemen Becan che l’ha liberata.
Quindi Rocco Romano diventa uno dei pochi italiani ad aver salito un 9a.
La via si chiama Fidel Incastro, ce la descrivi?
“Mi sono innamorato di questa via fin dalla prima volta che l’ho provata nel 2011. Era stata chiodata da Mauro “Bubu” Bole, probabilmente per allenarsi nel dry tooling, ma poi era rimasta intonsa. L’avevo pulita dalle ragnatele e mi ci era voluto un sacco di tempo per venire a capo dei movimenti. Ci tenevo molto a liberarla ma poi nel 2012 è passato Klemen Becan e l’ha liberata lui. La via mi è molto congeniale, con compressioni e movimenti molto complessi, incastri di ginocchio, tallonaggi e agganci di punta. La particolarità di questa via è che mi ha dato la possibilità di spingere il mio limite al massimo, non grido di solito sulle vie eppure su questa linea ho gridato e sbuffato parecchio, riuscendo veramente a portare il mio fisico al limite.”
Sei diventato il primo triestino e friulano a salire un 9a, la cosa ti fa effetto?
“In realtà non l’ho mai vista in questo modo, certo fa piacere essere il primo, ma non ci ho mai pensato. L’obiettivo era salire un 9a e sono molto felice di averlo raggiunto. Sono stato anche il primo triestino a salire un 8c e anche un 8c+ ma non era il fatto di essere il primo la cosa importante. Ho avuto la fortuna di praticare questo sport durante il suo sviluppo e già quando ho salito il mio primo 8a non erano in molti ad averlo fatto a Trieste. Quando ho salito l’8b erano ancora meno e così sono stato il primo a fare l’8c ma non è stata una cosa premeditata. Mi ha sempre attirato l’alta difficoltà e mi sono allenato molto per sorpassare i miei limiti.”
La questione dei gradi di difficoltà è sempre un argomento delicato e, volente o non volente, sei il primo triestino ad aver salito un 9a, cosa ci puoi dire sulla gradazione?
“Innanzitutto non sono stato io a proporre questo grado ma un arrampicatore di livello internazionale. Già quando l’avevo provata nel 2011 ero sicuro che non poteva essere meno di 8c+/9a ma non ho l’esperienza per prendere una posizione forte. La via mi è sicuramente congeniale eppure ci ho messo 3 anni di tentativi per salirla, inoltre risente molto del clima e quest’anno finalmente ho potuto scalarla con buone condizioni. Gli unici paragoni che posso fare con altre vie di questo grado sono con le altre due che ho provato: “Martin Krpan” e “Sanjsky Par”, entrambe a Misja. In particolare “Martin Krpan” l’ho provata molto e sono stato veramente vicino a salirla ma essendo una connessione che interseca molte altre vie, mi sono stufato di aspettare il mio turno per provarla e quindi mi sono concentrato su “Fidel Incastro” che, pur essendomi congeniale mi ha impegnato in egual modo.”
Cosa credi ti abbia aiutato per riuscire a salire una via di questo spessore?
“Devo dire che per un lungo periodo non mi sono allenato e ho vissuto di rendita, poi dopo due anni la benzina è venuta meno. Quando mi è successo di non riuscire a scalare bene nemmeno su gradi che per me sono facili, ho deciso che bisognava fare qualcosa. Ho riiniziato a scalare con costanza e a condurre una vita più sana. Poi dopo una vacanza in Spagna, ho deciso di mangiare bene e non bere alcool per un periodo, facendo così sono dimagrito di quattro chili. In più mi ha aiutato molto scalare nel grottone di Ospo dove, a parte la resistenza necessaria a salire vie molto lunghe, ho acquisito un’ottima body tension e affinato la tecnica in forte strapiombo.”
Ora che hai salito un 9a, il sogno di molti arrampicatori, cosa farai? Hai altri progetti?
“Certamente! Proprio il fatto che la via in questione conti solo due salite, ha fatto venire il dubbio a qualcuno sul fatto che possa non essere 9a. Poco male, non vedo l’ora di farne altri! Questa via mi ha dimostrato chiaramente che il grado è nelle mie corde e mi ha dato lo stimolo per continuare ad allenarmi ed, in caso, alzare ancora l’asticella!”